Volere la Libertà – Cronache di ribellione animale all’interno degli zoo –

Global Filming Project Best Of 03

“Per coloro che sono riusciti a fuggire, per coloro che sono morti nel tentativo, per coloro che invece non hanno avuto la forza di provarci e per tutti coloro che ancora patiscono la prigionia e la schiavitù.”

Un errore che spesso viene commesso quando ci si riferisce alle tristi vite degli animali
sfruttati e prigionieri a causa dell’Uomo, è quello di affrontarle e descriverle da una prospettiva paternalista ed emotiva. Questo atteggiamento è comprensibile ed è frutto dell’empatia e della compassione che le pratiche di sfruttamento animale fanno nascere nell’animo di quelle persone che hanno a cuore la liberazione animale.

Questa prospettiva però, a nostro parere, impoverisce il valore politico della liberazione animale, in quanto i prigionieri – gli animali – in questo modo vengono descritti come passivi soggetti delle ingiustizie di cui sono vittime. Degli esseri in grado di provare unicamente paura, tristezza e sconforto di fronte alle prevaricazioni degli umani.
Questo però non è affatto vero.Gli animali sono infatti dei prigionieri consapevoli della loro condizione ed estremamente attivi nel cercare di boicottarla. Sono la rabbia e la frustrazione che animano i loro atti di ribellione ed i loro tentativi di fuga. Degli atti disperati, senza speranza di riuscita, intrapresi però con coraggio e determinazione.

Ed è unicamente grazie al loro coraggio, alla loro forza ed alla loro determinazione che
gli animali riescono a riprendere in mano il destino delle loro vite – anche solo per
qualche manciata di minuti – per cercare una via di fuga dalla loro vita di prigionia e
sfruttamento. Gli animali diventano insomma dei soggetti attivi in prima persona nella loro liberazione e non più pedine senza volto dei discorsi di sfruttamento e di liberazione tutti umani.

Traducendo questo articolo abbiamo voluto ricordare i gesti di resistenza e ribellione di quattro animali che hanno cercato di porre fine alla loro condizione di prigionieri
all’interno di zoo.
Gorilla, scimpanzé, elefanti, ma come loro anche maiali, mucche, galline ed animali acquatici ogni giorno cercano di sfuggire al sistema di morte e sofferenza nel quale sono stati fatti nascere.
Esiste però un modo per dimostrare attivamente la nostra solidarietà agli animali prigionieri, e questo modo è il diventare Vegan boicottando quei prodotti e quelle pratiche che comportino la prigionia, lo sfruttamento e la morte di animali. Per noi  il veganismo è da un lato il riflesso di ciò che vorremmo vedere realizzarsi nella società, dall’altro una forma alla portata di tutt+ di causare delle perdite all’industria dello sfruttamento animale.

Detto ciò vi lasciamo alla lettura delle storie di resistenza di Assia, Kumbuka e
Santino.
Articolo tratto da “QUERER LA LIBERTAD”, blog sulla resistenza animale.
Pagina in lingua spagnola.
https://quererlalibertad.wordpress.com/

L’elefantessa Assia, il gorilla Kumbuka e lo scimpanzé Santino: tre storie diverse, una
stessa risposta alla prigionia.

Apparentemente, Assia, Kumbuka e Santino (nomi assegnati ai prigionieri dai loro
carcerieri) non hanno nulla in comune. Apparentemente non hanno un linguaggio in
comune e apparentemente non parlano la lingua degli Umani. Tuttavia i tre hanno
scelto delle forme di espressione simili come risposta all’oppressione alla quale noi
umani li abbiamo costretti, oppressione che in questi casi consisteva nella prigionia
dentro degli zoo.
Pur non parlando la nostra stessa lingua, le loro azioni hanno urlato delle verità pesanti
come pietre in una forma di espressione così chiara che chi non è in grado di capire, a
nostro modo di vedere, è perché non ha nessuna intenzione di capire.

Lo scorso 13 Ottobre (anno 2016), i media ed i social network hanno diffuso la notizia
della fuga di un gorilla di 185 chili dal suo recinto nello zoo di Londra. Kumbuka, 18 anni, era stato trasportato a Londra da Devon nel 2013 con l’obbiettivo di forzare un accoppiamento con le due femmine Effie e Mjukuu. Andando a sostituire così il suo predecessore, Kesho, in una di quelle operazioni di scambio di vite che piacciono tanto agli zoo europei.

Però quel giovedì, per circa 90 minuti, Kumbuka prese di nuovo in mano il controllo
della propria esistenza. I ruoli per un momento si invertirono e le persone che pagarono per vedere degli animali in gabbia, furono invece rinchiuse in “luoghi sicuri”. Secondo i testimoni 30 agenti di Scotland Yard e vari impiegati armati dello zoo, perlustrarono la zona mentre un elicottero dotato di videocamera cercava di localizzare
Kumbuka. Infine Kumbuka venne ritrovato, sedato e riportato dentro la sua prigione; i visitatori poterono però testimoniare quanto avevano visto. Una studentessa di  eterinaria riportò che prima che l’allarme iniziasse a suonare, Kumbuka “era ansioso” e  quando alcune persone iniziarono ad urlargli contro “si inferocì, saltò su una corda e si  scagliò contro le vetrate protettive”. La studentessa non fu l’unica persona che assicurò di aver visto il gorilla nervoso ed intento a lanciarsi contro il cristallo poco prima della sua fuga.

Ovviamente, una settimana più tardi, lo zoo offrì la sua versione dei fatti ai media, una
versione molto diversa ed edulcorata di quanto accaduto: come al solito la spiegazione
ufficiale – che abbiamo individuato altre sette volte in casi analoghi – si riassume in una
porta lasciata aperta o chiusa male.
Per loro Kumbuka non avrebbe infatti avuto nessuna ragione per desiderare la fuga dalla sua condizione di prigioniero. Semplicemente uscì da quella porta e “si bevve 5 litri di concentrato di Ribes”. In questo modo un atto di resistenza testimoniato da decine di persone, contenuto con decine di persone armate ed un elicottero si è convertito in un simpatico aneddoto di nessuna importanza.

Kumbuka aveva però già “manifestato i suoi sentimenti” prima di arrivare a Londra, ed
in quel caso non c’erano Ribes di mezzo. Nel 2012 infatti, il giornalista Richard Austin
riportò che al gorilla non piaceva essere fotografato e che ogni volta che provava a
scattargli qualche fotografia Kumbuka rispondeva lanciando al fotografo “proiettili di
fango e rami e una volta anche una pietra delle dimensioni di un mattone”. Austin
riconosceva quindi gli atti di resistenza ed il desiderio di libertà di Kumbuka, anche se si
prendeva gioco di lui affermando quanto segue “se per caso dovesse scappare dallo zoo, spero che nessuno gli dia il mio indirizzo”.

Per disgrazia, e nonostante i suoi sforzi, Kumbuka continua ad essere prigioniero. Così
come i figli che è stato costretto a concepire e come lo saranno i figli di questi se non
faremo nulla per evitarlo. E pensare che milioni di Umani in tutto il mondo continuano a portare i propri figli ad assistere e a divertirsi con questa ingiustizia.

Non possiamo continuare a pretendere che recarsi in questi luoghi e osservare
impassibili altri individui come se fossero degli oggetti siano atti naturali e senza
implicazioni etiche. Non possiamo fingere che la partecipazione come pubblico non sia
essa stessa una forma di oppressione e violenza. Di fatto, negli sguardi e nelle azioni di molti animali rinchiusi negli zoo, si può individuare un messaggio chiaro e diretto  rivolto ai loro spettatori.

Un altro chiaro esempio di questa insofferenza, di questa resistenza all’osservazione da parte del pubblico, la troviamo nello scimpanzé Santino. Rinchiuso dal 1983 nello zoo svedese di Furuvik, si rese celebre nel 2009 per la sua abitudine di preparare e pulire ogni mattina una serie di pietre che durante la giornata tirava contro i visitatori. Quando lo zoo adottò dei provvedimenti per impedire questo comportamento Santino si  prese due anni per sviluppare una nuova strategia: Iniziò a nascondere le pietre “sotto cumuli di fieno o dietro tronchi d’albero per lanciarle poi senza nessun preavviso”. A 38 anni, Santino continua ad essere prigioniero, secondo alcune fonti perdendo periodicamente il pelo a causa dello stress. Pare che le pietre da lui lanciate non abbiano mai ferito nessuno.

Purtroppo non si può dire lo stesso nel caso dell’elefantessa Assia, prigioniera nello zoo
di Rabat (Marocco), la cui vicenda di prigionia venne alla luce l’estate scorsa in relazione alla morte di una bambina umana. Per la particolare empatia e delicatezzam mostrate nel riferirsi a tutte le parti coinvolte, riportiamo un articolo nel quale si analizza approfonditamente il caso di Assia e le conseguenze dell’esistenza degli zoo:

“Lo scorso 26 luglio, una catastrofe si è consumata nello zoo di Rabat, in Marocco. Era
un giorno come tanti altri di fronte al recinto delle tre elefantesse africane che,
rinchiuse, sottostavano agli sguardi delle centinaia di estranei che si recavano
quotidianamente allo zoo per poterle contemplare e meravigliarsi per le loro fisicità e la loro presenza. Oggetti esotici, diversi, appariscenti, interessanti: così sono considerati  gli animali-non-umani negli zoo. Corpi osservabili condannati alla cattività perché  possano soddisfare la necessità di intrattenimento degli umani che si compiacciono dalla contemplazione delle loro diversità.
La mattina del 26 luglio, una famiglia osservava questi tre pachidermi nel loro recinto.
Se si fossero fermati a riflettere su quanto osservavano, forse avrebbero potuto capire
che i movimenti in circolo di queste elefantesse non erano un gioco ma un’espressione
di sofferenza psichica e stress derivati dalla privazione della libertà.
Di fronte all’arena delle elefantesse, una bambina di sette anni cercava di scattare una
fotografia quando una delle elefantesse afferrò con la sua proboscide un’enorme pietra
che scagliò in aria, superando le barriere e arrivando a colpire la testa della bambina,
che morì in poco tempo a causa dell’impatto.

Questo fatto sconvolgente e doloroso è un’opportunità per analizzare
approfonditamente questi spazi che sono gli zoo, così come i valori che questi
promuovono, per evitare che fatti come questi possano ripetersi.
Questa notizia fa tremendamente male, perchè né la giovane, né l’elefantessa
sarebbero dovute trovarsi, quel 26 di luglio nello zoo di Rabat, non si sarebbero mai
dovute conoscere in quella maniera, non avrebbero mai dovuto sperimentare sui loro
corpi la violenza degli zoo.

Lo zoo di Rabat, relativamente ai fatti descritti, dichiarò che in quell’occasione non
venne infranto nessun protocollo di sicurezza, che non avvenne nessun contatto diretto fra pubblico e animali e che la bambina non oltrepassò la linea di sicurezza. Inoltre insistette sul fatto di come lo zoo venne costruito nel 2012 nel rispetto di tutti i parametri internazionali di sicurezza relativi agli animali selvatici e che fin dalla sua fondazione non fu mai registrato nessun incidente.
È molto frequente che di fronte a questo tipo di incidenti zoo, circhi, allevamenti ed altri centri di sfruttamento animale facciano riferimento al concetto di “incidente” e si aggrappino alla legalità per cercare di salvaguardare la reputazione della sicurezza delle loro attività.
La verità però è che gli zoo sono delle carceri per gli animali che ci vivono, e spesso
questi animali soffrono a causa di questa privazione di libertà e concretizzano la loro sofferenza con autolesionismo, comportamenti sessuali alterati, apatia o aggressività…
Essi lottano attivamente per conquistare la loro libertà e utilizzano tutti gli strumenti a
loro disposizione per poterla raggiungere. Il caso di Rabat non è il primo nel quale un
animale rinchiuso uccide un visitatore, un “addestratore” o un “curatore” e – fino a
quando questi luoghi non spariranno – non sarà l’ultimo.
Con la definizione di incidente si annulla, si rende invisibile e si perde di vista la
responsabilità di chi mantiene e gestisce questi centri di oppressione e di prigionia: non
è un incidente, è semplicemente una risposta violenta alla violenza, una forma di
resistenza di fronte ad una vita senza speranza di libertà.
Nel corso della storia, le ribellioni degli animali-non-umani sono sempre state silenziate. E anche coloro che tratteranno questa storia parleranno di pazzia, di anomalia o di incidente.
Tuttavia sono sempre più le persone che ormai sono consapevoli del fatto che gli zoo, i
circhi con animali e tutti gli altri centri di sfruttamento sono proprio degli investimenti
fondati sullo sfruttamento e che non hanno nulla di educativo, ma mirano unicamente
al guadagno ottenuto grazie all’imprigionamento di altri animali.
Oggi siamo tristi di fronte alla morte della bimba a Rabat che sicuramente come ognuno di noi vedeva nell’elefantessa un qualcosa di interessante: un animale molto grande, che solo nella sua proboscide possiede 3000 muscoli, appartenente alla specie di mammiferi terrestri più grande del mondo, che si sventola con le sue grandi orecchie e che è anche un’ottima nuotatrice.
Però la bimba non avrebbe potuto apprendere niente di tuttò ciò dallo spettacolo
offerto dallo zoo, dove l’elefantessa poteva a malapena sopravvivere. Nello zoo si
impara piuttosto che è giusto rinchiudere gli animali e che questi stanno al mondo solo
perchè noi possiamo guardarli e non per poter vivere le loro vite in libertà.

Nessuna delle assicurazioni che proteggono lo zoo restituerà mai la vita della piccola, e
oggi sentiamo l’obbligo morale di condannare i responsabili che permettono che una
cosa simile sia potuta accadere.
Oggi noi vogliamo far sentire la nostra voce anche per quegli elefanti africani dello zoo
di Rabat, lo facciamo per loro e per tutti gli animali che ancora si trovano dietro le
sbarre, isolati in fossati, lontani dalle loro famiglie e dai loro habitat naturali. Per quelle
che vivono per essere osservate, considerate proprietà e oggetti per la soddisfazione dei desideri umani.
Oggi noi solidarizziamo anche con l’elefantessa che lanciò la pietra, perché la sua azione è stata un grido di libertà, e perché verosimilmente potrà essere assassinata o punita dai dipendenti dello zoo.
Oggi vogliamo ricordare tutti gli animali che si ribellarono, coloro che lottarono e che cercarono di essere liberi e ricordiamo anche coloro che invece hanno perso la vita nel tentativo.
Oggi è un giorno che può aiutarci a riflettere, a motivare tutti noi nel porci una
domanda circa la leggittimità, la giustizia ed il valore educativo del finanziamento agli
zoo, a chiederci se non sarebbe meglio imparare invece dagli animali che vivono in
libertà, liberi di esprimere pienamente se stessi.
Oggi è un giorno che dovrebbe responsabilizzarci verso quegli animali che non potranno essere reintrodotti in libertà e che dovranno essere trasferiti in appositi santuari dove potranno vivere le loro vite e morire riprendendosi il rispetto ed i diritti di cui furono privati.
Per noi oggi è un buon giorno per avvicinarci alla fine dell’esistenza degli zoo e degli
acquari.”

Traduzione a cura di Antispecismo Cagliari.
Anno 2016.
Per qualsiasi domanda ci trovi su facebook, gruppo “antispecismo cagliari”;
indirizzo e.mail antispecismo.cagliari@gmail.com

Veganismo e società dei consumi – Una riflessione sulla pratica del veganismo nella società dei consumi.

INTRODUZIONE:
La decisione di scrivere questo documento nasce durante la nostra attività di attiviste per la liberazione animale e dall’aver notato come, con il diffondersi del veganismo nella società, si stiano pian piano affermando all’interno della concezione comune di “veganismo” alcune mal interpretazioni e fraintendimenti a nostro parere, estremamente pericolosi per l’antispecismo e per la liberazione animale. Una posizione fondamentale che guida il nostro attivismo è quella di riconoscere i limiti del veganismo e per questa ragione vorremmo provare ad analizzare in maniera critica alcuni aspetti relativi al rapporto fra il veganismo e la società dei consumi con la quale, nostro malgrado, siamo costretti a rapportarci.

IL VEGANISMO:
La definizione di veganismo che riteniamo più valida per essere posta come guida all’attivismo per la liberazione animale è questa di Leslie Cross, vicepresidente della Vegan Society: “Il Veganismo è il principio abolizionista dello sfruttamento degli animali da parte dell’uomo. L’aspetto positivo di questa definizione negativa (non-sfruttamento) è l’emancipazione. Veganismo sarà definito come il principio dell’emancipazione degli animali dallo sfruttamento da parte degli esseri umani.”

Ora, lontani dal voler seguire dei dogmi o dei principi di autorità, riteniamo che questa definizione sia un’ottima base per ogni attivismo vegan in quanto mette in evidenza quale dovrà essere il fine per ogni attivismo che promuova il veganismo: la liberazione animale.
Noi riteniamo che le lotte per la giustizia e la liberazione non necessitino di una sfilza di
“implicazioni positive” per essere valide. La loro validità e la loro imprescindibilità risiedono infatti nella loro stessa natura libertaria. Il loro obbiettivo, la liberazione, è il loro stesso ed unico senso di esistere.
Allo stesso modo, per semplificare estremamente la cosa, l’obbiettivo ed il senso dell’antirazzismo saranno la liberazione di ogni etnia discriminata, l’obbiettivo dell’antisessismo sarà la liberazione da ogni pregiudizio e discriminazione legati alla propria sessualità.
Pare che questo non valga invece per la liberazione animale, dove spesso ci si affanna a cercare ed elencare le innumerevoli e proverbiali “implicazioni positive” di questa scelta, in termini ecologici, salutistici, spirituali…
Come se la semplice motivazione di non accettare di nutrirsi, abbigliarsi, divertirsi con degli schiavi animali non sia sufficiente o sufficientemente degna. Noi riteniamo anzi che l’affannarsi nel sottolineare i tanti, quanto fumosi vantaggi legati al “100% vegetale” sia un gioco pericoloso per il movimento della liberazione animale, essenzialmente per due ragioni: la prima è che così facendo si fa il gioco dello specismo, ovvero eliminare l’animale come soggetto di un dibattito sociale e politico; la seconda è che spesso queste “implicazioni positive” non esistono, o sono estremamente relative, per intenderci, la fame nel mondo, l’inquinamento, le malattie della modernità probabilmente permarrebbero con una semplice conversione della società dei consumi così come la conosciamo oggi in una versione “green” o “veggie”.

LE IMPLICAZIONI DELLA SCELTA VEGAN:
Nonostante quanto detto poco sopra, siamo consapevoli di come ogni azione ed ogni scelta politica, compreso il veganismo, avranno necessariamente una serie di conseguenze più o meno positive.

Un’alimentazione basata sui vegetali, per un semplice discorso ecologico di dispersione di energia nelle reti alimentari sarà senza dubbio più efficiente di una “onnivora”, questo potrebbe essere un ottimo inizio qualora si volessero attuare una redistribuzione equa delle risorse fra gli abitanti umani del pianeta e interrompere l’ottuso sfruttamento della Terra. Però vi vogliamo far notare come la volontà di combattere lo stupro della Terra, il combattere per una redistribuzione delle risorse del pianeta e per una vita umana integrata nei cicli ecologici e sostenibile in termini ambientali, sono obbiettivi che richiedono che, come individui, allarghiamo il nostro impegno politico e di lotta ad un fronte più ampio.

Quelli sopra elencati non sono obbiettivi raggiungibili semplicemente con la scelta di adottare uno stile di vita “100% vegetale” a livello planetario. Una conversione della produzione mondiale al vegetale, sarebbe senza dubbio un’ottima cosa per tutti quegli schiavi non-umani che non sarebbero più condannati a nascere in una fabbrica di morte, ma se questa conversione avvenisse in una società che conserva le sue dinamiche capitaliste e consumiste, problemi come la povertà, lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, la distruzione degli ecosistemi terrestri e della Terra, continuerebbero ad esistere.

IL VEGANISMO COME FINE E COME MEZZO:
Riteniamo perciò che in linea generale il veganismo non debba essere presentato come la soluzione a tutti i mali che affliggono il pianeta, ma che debba essere presentato  principalmente come un imperativo morale, un fine in se stesso, e solo conseguentemente, come uno strumento che assieme a tanti altri può aiutarci a smontare la macchina che ci sfrutta tutti, animali umani e non.

Per spiegarci meglio, se siamo certi che una società ingiusta, inquinante e distruttrice possa permanere anche in versione “100% vegetale”, allo stesso modo siamo convinte che perchè una società possa definirsi giusta e parte integrante/non distruttrice dell’ecosistema terrestre, sarà imprescindibile per essa interiorizzare e mettere in pratica i principi del veganismo.

Crediamo quindi che perchè che il nostro messaggio si presti sempre meno ad essere
strumentalizzato e ad essere fatto proprio da chi vuole distruggerne la carica rivoluzionaria vendendocelo come l’ennesima “scelta personale” che puoi soddisfare fra i banchi di un supermercato, sia fondamentale mantenere sempre l’attenzione sull’importanza di altre lotte come sono quelle della liberazione della Terra e della lotta alla civilizzazione selvaggia.

A tal proposito vogliamo suggerire una piccola riflessione, l’attuale sistema socio-economico, come ogni altro organismo tende a conservare se stesso e le sue dinamiche di profitto e autorità. Qualora si presentino delle minacce alla sua integrità esso si troverà ad un bivio, ostacolare con la forza queste istanze (veganismo, ecologismo, umanitarismo), o assecondarle, mantenendo così la pace sociale, smorzando la carica rivoluzionaria di queste permettendo che si esprimano nei modi e nei limiti che esso concede e arrivando a poter addirittura sfruttare queste per massimizzare i suoi profitti.

Da questo meccanismo vediamo come sia comprensibile e scontata la nascita di fenomeni come il capitalismo verde, del business veggie etc. e per questo motivo, per quanto per noi la comodità ed anche il piacere siano innegabili, non ce la sentiamo di interpretare l’aumento di cibi e preparati tipici delle diete 100% vegetali, delle alternative “cruelty free” in campo cosmetico e dell’abbigliamento come un risultato positivo delle nostre campagne per la liberazione animale, ma come una conseguenza prevedibile di autoconservazione del sistema e dell’inizio di una “repressione morbida”.

Chi ha una certa esperienza nell’attivismo vegan, si sarà scontrato mille volte con il “benestarismo” ovvero con quella forma di sfruttamento animale che, assicurando un fantomatico “benessere animale” mette a posto le coscienze e giustifica il permanere di pratiche di sfruttamento animale. Noi riteniamo che questo stesso meccanismo di psicologia del marketing possa facilmente applicarsi a noi vegan, spesso infatti una lista di ingredienti 100% vegetale, ci permette di spegnere il nostro spirito critico relativamente all’origine di un certo prodotto e alla sua effettiva necessità.

A tal proposito vogliamo sottolineare il disarmante paradosso del veggie burger della nota catena di fast food, e dei fenomeni analoghi. Sebbene quel prodotto possa essere 100% vegetale, è estremamente lontano da quelli che sono il senso e gli obbiettivi del veganismo! Il nostro veganismo non si può insomma tradurre nella lotta per ottenere un “contentino etico” da parte di noti sfruttatori e assassini di non umani.

Vogliamo però suggerire una riflessione, quanto possiamo essere certe, nella rete della finanza globalizzata, che i nostri soldi non possano in qualche modo finanziare in maniera indiretta anche lo sfruttamento animale, umano e della Terra? Chi di noi può affermare di essere certo del destino dei propri soldi? Chi è che può sostenere di acquistare unicamente in esercizi commerciali che non vendano anche prodotti dello sfruttamento dei non-umani? E chi ci può assicurare che la nostra marca di latte di soia non abbia azioni in una qualche grande corporazione dello sfruttamento animale?
Ecco secondo noi i limiti del boicottaggio economico.

L’IPOCRISIA:
Ci rendiamo ben conto di quanto il discorso fatto da noi fino a questo punto sia ipocrita e opinabile. Il PC sul quale scriviamo questo documento, l’elettricità che lo alimenta, la merenda che abbiamo fatto scrivendolo sono tutte cose lontane dall’essere eco- compatibili e fuori dalle logiche del consumo.
Gli stessi alimenti vegetali di cui ci nutriamo possiedono un’impronta etica non  indifferente, pensiamo alle fasi di produzione, imballaggio, trasporto e vendita…

Riteniamo che una volta interiorizzati certi valori e posti certi obbiettivi spesso sia estremamente difficile portarli a termine o attenersi ad essi, e questa difficoltà sarà tanto maggiore quanto maggiore è la loro distanza dalla norma imposta.

È difficile (impossibile?) non contribuire in nessun modo allo sfruttamento e allo sterminio animale in una società specista, come lo è vivere da anticapitaliste in un sistema capitalista.
Però sono forse una coerenza religiosa o la ricerca di una purezza ideologica gli obbiettivi principali delle nostre scelte? Forse, nell’economia di una critica e di una lotta totale al sistema, la consapevolezza dell’impossibilità di mettere in pratica certe scelte etiche fino a quando permarranno certi meccanismi economico-politici risulterà essere più utile di quell’illusione di “impatto zero” e di “equità e solidarietà” vendute a caro prezzo nel biologico della nostra città.

Queste incoerenze di cui tutte noi siamo “colpevoli” a nostro parere però non inficiano
minimamente la validità della nostra scelta vegan e delle nostre lotte di liberazione animale e della Terra.
Pensiamo che dovremmo sì, valutare criticamente e onestamente le nostre abitudini, chiederci di cosa veramente abbiamo bisogno di cosa possiamo riutilizzare o  autoprodurci, ma, volta per volta riconoscere i nostri limiti ed agire di conseguenza, con la consapevolezza di quanto scritto fin’ora.

LA CONSAPEVOLEZZA NON È QUALUNQUISMO:
A questo punto, una reazione comprensibile potrebbe essere quella qualunquista del “non posso fare tutto, allora non faccio nulla”.
Noi pensiamo che il nostro veganismo e le nostre scelte di lotta quotidiana siano senza dubbio un nulla o poco più, ma questa consapevolezza non può essere un motivo valido per ricadere nel piatto conformismo assassino e autodistruttivo, ma debba anzi essere uno sprone per cercare di migliorarci sempre più nel nostro quotidiano e per affinare sempre più la nostra attività politica di liberazione animale e della Terra.
Non posso fare tutto? Bene, inizierò facendo quello che è in mio potere fare qui e ora!

Per questo motivo pensiamo che molte delle critiche alla pratica del veganismo che mirano alla ricerca di una sua incoerenza o di una sua impraticabilità, spesso non siano il frutto di una riflessione profonda e di un’attitudine costruttiva, ma che siano delle complicate auto-assoluzioni di individui che preferiscono un comodo qualunquismo ad una presa di posizione minima contro l’ingiustizia ed il dominio dell’uomo su pianeta e animali.

DALLA TEORIA ALLA PRATICA:
Come è nostra consuetudine, non vogliamo dare nessuna ricetta, nessun libretto di  istruzioni da seguire per essere una buona vegana, non vogliamo, ma pur volendo, non potremmo, essendo la questione trattata fin’ora estremamente complessa e la visione di essa, in buona parte soggettiva.

La sola cosa che possiamo auspicarci è quella di aver stimolato un’attitudine critica nei confronti della realtà che ci circonda, di aver stimolato un rifiuto verso le soluzioni semplicistiche ed indolori a problemi come lo specismo, le ingiustizie sociali, la distruzione della Terra.
Auspichiamo ed incoraggiamo una critica totale, anche allo stesso veganismo e agli stessi gruppi attivi per la diffusione di questo, senza omertà e senza paura di sbagliare o ripetere cose già dette, che poi è lo spirito che ci ha animate nello scrivere questo documento.

greencapitalism

La stessa Libertà. Riflessioni su liberazione animale e anarchia.

Traduzione di uno scritto dell’Assemblea antispecista di Madrid. Anno 2010.

0.- CHI SIAMO?
Prima di iniziare, crediamo sia necessario che le persone che vorranno leggere questo libretto, conoscano un poco i motivi che ci hanno portate a pubblicarlo e sappiano chi è l’assemblea che lo ha realizzato. Questo testo inizialmente era una conferenza presentata dal nostro collettivo in occasione dell’autunno libertario organizzato dalla CNT nel 2010. La presentammo con il nome di “liberazione animale da un punto di vista anarchico” e, a partire da questo, decidemmo di
pubblicarla come testo scritto per poterla diffondere in forma scritta. Siamo un collettivo unito da un comune sentimento di ingiustizia figlio della situazione degli animali non umani nella nostra società. Ci riuniamo abitualmente in assemblee per poter ideare attività che noi crediamo possano combattere questa ingiustizia. Nonostante non ci definiamo un collettivo anarchico, la nostra organizzazione combacia perfettamente con questi parametri. In questo collettivo non tutti la pensiamo allo stesso modo su tutto, però non riteniamo che questo sia necessario per lavorare insieme, dal momento che concordiamo su alcuni principi fondamentali, vale a dire il ritenere tutti gli animali, umani e non umani, possessori ognuno dei propri interessi, che meritano un uguale rispetto e considerazione.
Con la pubblicazione di questo libretto non vogliamo imporre la nostra opinione, parleremo dal nostro punto di vista e parleremo di come noialtre vediamo le cose, in una forma il più possibile umile e semplice. La nostra intenzione è di invitarvi a riflettere sulla situazione degli animali non umani. Quello che vogliamo è raccontarvi come vediamo il problema dello sfruttamento animale, cosa ne pensiamo e che cosa facciamo per cercare di cambiare questa situazione. Nel il testo (che è una forma rivista e ampliata della conferenza), utilizzeremo il pronome noialtri-noialtre e quando lo faremo, ci staremo riferendo ai componenti e alle componenti dell’assemblea. La struttura della conferenza-testo sarà la seguente:
Inizialmente definiremo alcuni termini che utilizzeremo nel corso del testo, dal momento che magari non tutte hanno dimestichezza con questi termini. Dopo continueremo spiegando molto brevemente la storia del movimento di liberazione
animale e le sue relazioni con l’anarchismo. A continuazione parleremo di come vediamo il problema dello sfruttamento animale, perchè vogliamo la liberazione animale e cosa cerchiamo di fare noialtri perchè, un giorno questa si realizzi. Per concludere parleremo anche delle nostre difficoltà e dei nostri limiti.

2.- DEFINIZIONI
-L’antropocentrismo è un concetto filosofico o idea, che vede l’essere umano come centro di tutte le cose e fine ultimo della natura. Questa idea viene difesa da diverse posizioni con criteri metafisici, per il possesso di determinate capacità intellettuali, linguistiche o il mantenimento di certe relazioni fra individui, etc… Tutte queste ragioni sono carenti di un fondamento se le analizziamo minuziosamente. Se ci basiamo ad esempio sul possesso di determinate capacità, ad esempio intellettuali, linguistiche o creative, vediamo che anche altri animali non umani le posseggono e che quindi meritano una nostra considerazione. L’antropocentrismo è stata un’idea dominante fin dalla formazione delle prime civilizzazioni. È un modo di pensare che acquista una maggiore forza a partire dal Rinascimento e come evoluzione del monoteismo, ereditato dalla religione cristiana: “Dio ha creato tutta la terra per l’essere umano”. A partire dall’epoca del rinascimento, l’essere umano diventa la misura di tutte le cose, gli altri esseri viventi sono solo oggetti di sperimentazione per analisi scientifiche. Da allora l’antropocentrismo è stato la scusa della barbarie del progresso e del capitalismo.

-Conseguenza inevitabile della credenza antropocentrica è lo specismo. Questo termine fu coniato per la prima volta nel 1970 dallo psicologo Richard Ryder e consiste nella discriminazione di tutti quelli che non sono membri di una certa specie.
Lo specismo come il razzismo o il sessismo è una discriminazione basata su criteri ingiusti, deliberatamente inventati o dati dal capriccio. Tanto lo specismo come l’antropocentrismo vogliono la superiorità dell’essere umano sugli altri esseri della terra e tutto questo implica una relazione di dominazione sul resto degli animali.

-Con liberazione animale si intende il movimento che difende gli interessi degli animali non umani. A volte dentro il movimento di liberazione animale si ingloba tutto il movimento di difesa degli animali, senza distinzioni fra benestaristi, neo-benestaristi e abolizionisti. I benestaristi credono nelle riforme legali e puntano al miglioramento delle condizioni di
morte e sfruttamento degli animali, come ad esempio una morte senza sofferenza. I neo-benestaristi, nonostante abbiano come fine ultimo l’abolizione, utilizzano le strategie benestariste, infatti chiedono riforme legali, il miglioramento delle condizioni poiché pensano che la legge potrà cambiare un poco alla volta. Noialtre intendiamo il termine di liberazione animale nella sua accezione abolizionista, ovvero che ricerca la fine della schiavitù animale principalmente tramite l’informazione e la sensibilizzazione.

-Nel 1944, Donald Watson e Elsie Shrigley coniarono il termine “veganismo”, nonostante tanti abolizionisti avessero già adottato i principi descritti dal termine molto prima, anche se non definiti e raggruppati in un termine ben preciso. Il veganismo diventò parte dell’ideale di liberazione animale per ovvie ragioni. La nostra forma di vedere il veganismo è un’attitudine di rispetto verso tutti gli animali, contraria a certe pratiche e al consumo di prodotti ottenuti dal loro utilizzo o dalla loro morte. Il veganismo implica il non mangiare e il non vestirsi di nessun prodotto di origine animale, allo stesso modo il non utilizzare prodotti che contengano ingredienti animali o che siano stati sperimentati su di loro e allo stesso modo il boicottare spettacoli nei quali siano utilizzati animali. Inoltre, come spiegheremo più avanti, noi ci preoccupiamo anche dello sfruttamento degli animali umani, cerchiamo di fare un consumo il più cosciente possibile, nonostante in questo caso sia ancora più difficile, dal momento che quello che avviene in questa società spessissimo comporta uno sfruttamento per gli animali umani.

3 – ANARCHISMO E LIBERAZIONE ANIMALE: STORIA DI UN AVVICINAMENTO.
-La presenza della liberazione animale dentro l’anarchismo è un fenomeno abbastanza recente. Non facendo parte della tradizione libertaria in senso stretto, molte persone vedono la liberazione animale con diffidenza. Per fortuna, l’anarchismo non è mai stato caratterizzato dal rispetto delle tradizioni per il semplice fatto che siano tradizioni.

-Alcuni autori come Reclus e Kropotkin proposero una visione degli altri animali alternativa a quella classica, però non furono una base rilevante per quello che verrà dopo in termini di liberazione animale.

-Nella cultura libertaria, delle volte si allude alle naturiste libertarie degli inizi del XX secolo come un referente e un precedente. Per quello che noialtre sappiamo però, il vegetarismo delle naturiste e il loro discorso in generale, puntavano più ad una visione armoniosa della natura e degli umani, cercando di potenziare lo sviluppo individuale su più livelli, e a quel proposito entravano tutti i discorsi di naturismo, igienismo e dieta vegetariana. Però, nonostante sia assodato che rifiutassero decisamente di ammazzare animali per cibarsene e che anzi lo considerassero un crimine, in nessun caso quello che proponevano era una critica alla visione e all’attitudine nei confronti degli altri animalicon proposte nuove che li considerassero individui con capacità e interessi degni e da rispettare, Che è invece quello a cui miriamo noi.

-Sono sempre stati presenti degli individui liberi che hanno adottato una dieta vegetariana e che hanno provato empatia verso gli altri animali, però questa attitudine non si formulò teoricamente, fino agli anni ’70, con la nascita del movimento per la liberazione animale. Senza voler entrare nei dettagli, si può dire che il movimento per la liberazione animale nasce in Inghilterra sul finire degli anni ’60 e gli inizi degli anni ’70. In Inghilterra era già presente una grande tradizione organizzativa attorno al concetto di benessere animale (quello che loro definiscono “animal welfare”), che vorrebbe che gli animali non vengano fatti soffrire più del necessario (con tutto quello che questa visione implica). Questo movimento era stato caratterizzato dall’utilizzo di strategie politiche e mezzi legali con il fine di far cambiare la legislazione (chiedendo per esempio condizioni migliori negli allevamenti, misure restrittive nella caccia, etc.). Alla fine degli anni ’60, molti attivisti si sentivano imbrogliati dall’inefficacia di queste forme di azione, e decisero di sostituire l’azione legale con l’azione diretta, non tanto per una questione ideologica, ma per una questione di efficacia. I risultati parlano da soli, e vi invitiamo a informarvi sulla storia di questo movimento, perchè è piena di esempi di come certe pratiche, messe in atto con criterio e pensiero strategico, hanno aiutato notevolmente il raggiungimento degli obbiettivi fissati. Per una breve descrizione e perchè vengano citati alcuni nomi che meritano di essere ricordati: nell’anno 1964 si fondò la “Hunt Saboteur Association” (associazione dei sabotatori della caccia), creata con l’intenzione di sabotare la caccia tramite l’azione diretta dentro i limiti della legalità. Piuttosto di fare delle campagne perchè il governo proibisse la caccia o perchè regolasse in maniera più restrittiva la caccia alla volpe, i sabotatori e le sabotatrici della caccia andavano nei territori di caccia cercando di ostacolare, nella forma più legale possibile, i cacciatori: cercando di avvertire le volpi, disorientando i cani, creando della confusione, etc. Alcune attiviste videro che questo era insufficiente, perchè non impediva totalmente la caccia, nonostante ne limitasse l’impatto. Infatti degli animali comunque morivano o vivevano situazioni di panico e ansia, inoltre l’opinione pubblica centrava la sua attenzione sugli scontri fra cacciatori e sabotatori e non sull’uccisione degli animali o sul loro sfruttamento. Così si creò nel 1972 la Band of Mercy (la Banda della Misericordia), che iniziò a concentrare le sue azioni nei momenti precedenti alle battute di caccia, per cercare di impedire che queste si compiessero, per esempio, attaccando le auto dei cacciatori. La Band of Mercy fu il gruppo che per primo impiegò l’azione diretta illegale finalizzata alla liberazione animale. In poco tempo iniziarono ad agire anche in altri campi, così che nell’anno 1973 incendiarono un laboratorio di vivisezione in costruzione, in quella che fu la prima azione diretta contro la vivisezione, e la prima volta in cui venne utilizzato il fuoco come mezzo, una tattica che una parte del movimento assunse come propria e che diede molti buoni risultati. Nel ’74 utilizzarono un’altra volta il fuoco questa volta contro due barche destinate alla mattanza delle foche, ottenendo la rovina dell’impresa, che in quell’anno e negli anni a venire, non compì la mattanza delle foche nella baia di Wash. Qualche anno dopo la banda si dissolse per essere sostituita dal Fronte di Liberazione Animale, che, più che un’organizzazione (che di fatto non è), è un nome, associato ad alcuni principi, degli obbiettivi e delle modalità di azione, sotto le quali chiunque può agire. Sull’A.L.F. ci sono tante informazioni, per cui non ne parleremo molto a lungo, vogliamo solo dire che oggigiorno continua ad agire in quasi tutto il mondo e che non sembra avere intenzione di fermarsi, nonostante le sue attiviste vengano continuamente incarcerate.

Inoltre vogliamo ricordare le Leghe di Liberazione Animale, il cui principale obbiettivo era entrare nei laboratori di vivisezione per ricavarne tutte le informazioni possibili per poi divulgarle con il fine di rendere pubblica la situazione degli animali in quei luoghi. Il lavoro delle leghe di liberazione animale è stato fondamentale perchè la società inglese (e a partire da li, tutto il mondo), prendesse coscienza di quello che stava accadendo la dentro. Comunque per chiunque sia interessato a questi temi, tanto materiale è reperibile in rete e in alcuni libri che affrontano questo argomento.

-Tornando a quello che ci riguarda, l’anarchia, questa è, per sua stessa essenza, un insieme di idee in costante evoluzione e discussione, mai chiuso in se stesso (o perlomeno è quello che si spera). Ricordiamo ad esempio che solo una decade fa, le anarchiche vedevano l’omosessualità come una deviazione, e la masturbazione come una pratica degenerata e antinaturale (vedere “anarchismo e sessualità”, di Richard Cleminson). Tutte noi viviamo in un’epoca con dei valori ben determinati e questo ci influenza quando interpretiamo la realtà. E proprio questa è la nostra luce in fondo al tunnel, pensare che il rigetto di molti verso le idee antispeciste non è da attribuire al fatto che queste non siano sufficientemente argomentate e valide, ma bensì al contesto culturale, che analizzeremo durante questo documento. Per questo non cediamo nel nostro impegno, perchè è già successo altre volte con altri temi, e altre volte accadrà. Le idee evolvono e si arricchiscono, l’anarchismo non è impermeabile e può fare sue anche delle pratiche che non necessariamente sono nate al
suo interno, l’importante è che queste concordino con le sue idee e principi basilari, cosa che, secondo il nostro parere, la  liberazione animale compie perfettamente.

-Per noialtri non è interessante entrare in un dibattito sul fatto se ci possa essere anarchia senza liberazione animale o se ci possa essere liberazione animale senza anarchia. Evidentemente abbiamo la nostra idea, e speriamo sia sufficientemente chiara, sulla relazione fra le due correnti, però siamo anche coscienti del fatto che se non si toccano certi temi con una certa delicatezza o umiltà, può essere facile cadere in uno pseudodibattito su chi sia il migliore, quale lotta sia la prioritaria e quale sia un “capriccio” e altre situazioni simili, che tutte noi, disgraziatamente, qualche volta abbiamo  vissuto. Per noialtre, la liberazione animale rientra perfettamente nel discorso anarchico, con esso condivide principi e forme di agire, condivide anche molti nemici (l’autorità, le carceri, la repressione, la dominazione, la schiavitù, la mercificazione della vita) e condivide pure un fine ultimo: la libertà e l’autodeterminazione degli individui. D’altra parte vediamo anche come l’anarchismo arricchisca le idee della liberazione animale, come aiuti a mantenere una visione più ampia dei problemi e ad imparare a metterli in relazione e che, tanto la sua base teorica, quanto la sua pratica servano a potenziare quello che noialtre intendiamo per liberazione animale.

-Non è nelle nostre intenzioni decidere se l’anarchismo debba dichiararsi antispecista o se si può essere anarchiche appoggiando e finanziando lo sfruttamento animale. La maggior parte delle persone che forma questa assemblea non ha una formazione sufficiente relativamente all’anarchismo per poter entrare in un dibattito storico-intellettuale. Consideriamo che le idee anarchiche non siano un ente separato dalla società e che una presa di posizione potrà essere inclusa dentro all’ideale anarchico o potrà essere dichiarata come un principio anarchico, solo una volta che le anarchiche la abbiano
assunta come propria e facciano propria questa lotta, mai invece al contrario, infatti l’anarchismo evolve e adotta nuove lotte, idee o metodi di lotta (sempre in una forma coerente con l’anarchismo nella sua essenza), una volta che le persone implicate nella lotta anarchica e rivoluzionaria abbiano dibattuto, accettato e lottato per quelle idee e non che le persone debbano adottare nuove idee perchè queste siano incluse nell’ideale anarchico, come se si trattasse di una bibbia.

4.- LA NOSTRA POSIZIONE
A continuazione definiamo l’assemblea un collettivo indipendente che lotta alla sua maniera per la liberazione animale. Crediamo necessario far presente, fra le altre cose, la nostra visione del problema dello sfruttamento animale, le  motivazioni che ci spingono a portare a termine le diverse azioni e la metodologia che stiamo mettendo in pratica, per
poi focalizzarci nelle varie difficoltà che incontriamo nel nostro quotidiano come collettivo e i nostri limiti al momento di mettere in pratica questa lotta.

Come vediamo il problema dello sfruttamento animale?
Il problema dello sfruttamento animale è estremamente grave e diffuso in tutto il pianeta, anche se non è percepito come tale. È infatti un qualcosa molto normalizzato, nonostante le sue devastanti implicazioni. Utilizziamo animali come noi semplicemente appartenenti ad altre specie per tutto: alimentarci, vestirci, risolvere problemi che riguardano unicamente noi (utilizzandoli come vigilanti, come guida, nella sperimentazione…), etc. Tutto inizia fin da quando siamo piccole; tramite l’educazione-indottrinamento ci viene insegnato che la vacca vive nell’allevamento e serve per dare latte, la gallina per darci le uova e il maiale per darci il prosciutto. I tipici libri per bambini ci chiedono di unire con una freccia l’animale con il prodotto che otteniamo dal suo sfruttamento o dalla sua morte. A partire da allora, la nostra visione degli animali si riduce a “noi siamo superiori a loro, sono qui per servirci e possiamo usarli a nostro piacimento”. Chiaramente non ci viene mai mostrato come vivono le galline in batteria o come viene sgozzato un maiale, appeso a testa in giù per una zampa. Questo viene camuffato con immagini come una vacca che ride e che ci offre il suo formaggio estasiata, vacche che brucano felicemente sui brick di latte, maiali con gli occhiali, cappello e bastone che sorridono sull’etichetta di una gamba di maiale, etc. la realtà invece si compie nella periferia delle città, dove nessuno può vederla o sentirla. Per la gente sarebbe più difficile vivere come vive se vedesse e capisse gli effetti diretti del suo stile di vita. Il capitalismo ha eliminato il consumatore dai processi di produzione. Il risultato, è che nessuno si sente responsabile per il fatto di pagare perchè venga ammazzato un maiale o una vacca, perchè, da quando nasciamo, il sistema educativo e culturale ci ha indottrinate perchè perpetuiamo questa schiavitù, senza accettare la nostra responsabilità, senza metterci in discussione o vedere le nostre abitudini come sbagliate o strane. Siamo programmate per non farci carico della schiavitù animale. Questi stessi meccanismi già avvennero, e avvengono tuttora, con gli schiavi umani. Nella storia dell’umanità ci sono stati molti casi di schiavitù e dominazione, e continuano ad esserci: la schiavitù fra persone si basa su differenze inconsistenti come il colore della pelle, il sesso o l’età. Come queste situazioni erano, un certo tempo fa, molto radicate nella società e abbiamo avuto il merito di lasciarcele dietro, perlomeno nel contesto del socialmente accettato, allo stesso modo, potremo muovere i primi passi per porre fine alla schiavitù alla quale sottoponiamo gli altri animali. Questo problema ha la particolarità che non può essere combattuto, ne risolto, dalle sue vittime. La voce degli animali non umani è silenziata, gli è impedito organizzarsi e lottare, non possono comunicare con gli umani che li schiavizzano, tuttavia è sufficiente guardare un maiale negli occhi prima che venga assassinato per vedere la paura che ci comunica con il suo sguardo, o ascoltare le grida di dolore che seguiranno, per capire quello che sta vivendo. Crediamo che urga fare qualcosa per gli altri animali, perchè essi dipendono totalmente
dalla nostra lotta per la loro liberazione. Un problema di tale portata, con 3.000 animali assassinati al secondo, nel solo campo dell’alimentazione, senza contare i pesci, (secondo le cifre della FAO), è il più grande olocausto mai avvenuto nel nostro pianeta, e, come persone coinvolte, siamo obbligate a lottare per cercare di fermarlo. Nel nostro quotidiano, esercitiamo sugli animali quell’oppressione e quella dominazione che tanto odiamo e combattiamo. Come persone che lottano per la libertà e detestano la dominazione, dovremmo rimettere in discussione la nostra relazione con gli altri animali. Come siamo critici con molte altre cose, è ora che lo diventiamo anche rispetto a questo tema. Gli altri animali sono visti come degli oggetti di consumo e viene attribuito loro un valore in funzione dei benefici che possiamo ottenere da loro. Il capitalismo attribuisce un valore a tutto in base al beneficio che può ottenerne. Vendere e comprare vite animali o umane, come se fossero libri o sedie, è la norma. Anche tutte le nostre vite sono incluse in questa prassi. Abbiamo un valore perchè possiamo produrre della ricchezza, in un primo momento come schiavi sottomessi all’autorità del nostro padrone e in un secondo momento, come consumatori, restituendo al sistema quello che abbiamo “guadagnato” da schiave. Generando così dei profitti ad altri, a loro volta schiavi… facendo in modo che l’ingranaggio continui a girare. Lo sfruttamento animale continua ad esistere perchè è redditizio. Gli altri animali sono sottomessi alla dominazione come noi, però in una forma più diretta, più atroce. Loro non possono comprare televisori, non possono conservare dei soldi in banca, non possono comprarsi una macchina e, la differenza più importante, non possono ribellarsi contro il sistema, ragion per cui non glielo si deve camuffare come invece si fa con gli umani perchè non lo percepiscano e quindi non lo combattano. Quotidianamente vengono fatti nascere dentro delle gabbie, carceri dove le loro madri già da tempo sopportano la crudeltà e l’indifferenza, vengono tenuti li dentro aspettando che raggiungano un certo peso, smettano di deporre uova, smettano di produrre una quantità conveniente di latte, siano troppo vecchi per poter saltare dentro il cerchio di fuoco o la loro pelle sia pronta per poter essere strappata dal loro corpo per creare degli abiti.
A quel punto vengono uccise, o perchè non più produttive da vive, o per utilizzarle da morte (pelle, carne, etc.), perchè sono utili solo da morte. Riassumendo, ad animali umani e non umani ci succede la stessa cosa: nasciamo schiavi, produciamo per il sistema durante quella che è considerata la nostra vita utile e moriamo gli uni, sono assassinati gli altri. La lotta libertaria, contraria a tutte le oppressioni sugli individui, punta alla cancellazione di qualsiasi tipo di autorità sullo sviluppo delle nostre vite perchè possiamo viverle in libertà, interesse basico di qualsiasi umano e animale. Lottiamo contro la dominazione esercitata da sessismo, razzismo, fascismo, etc. per questo siamo convinti che non possiamo trascurare lo specismo. Lo specismo è un’altra forma di esercitare autorità, dominazione, oppressione e schiavitù sugli individui per il proprio interesse, sulla base di argomentazioni scelte a caso, come l’appartenenza ad una specie diversa dalla nostra. Altri criteri arbitrari secondo i quali si discriminano gli individui sono il quoziente intellettivo, le capacità fisiche, l’età (bambini e anziane), la capacità di apprendimento o il livello culturale. In definitiva, proponiamo di lottare per abolire tutta la schiavitù e tentare di raggiungere la liberazione animale, umana e della Terra, creando una lotta globale contro la
discriminazione (che anche se suona molto massimalista, può materializzarsi in pratiche concrete).

Perchè vogliamo la liberazione animale?
Come già abbiamo detto in precedenza, consideriamo che tutta la rete complessa che è lo sfruttamento animale, si trovi talmente normalizzata dentro la società nella quale viviamo, ed essendo tanto complicato liberarsi delle credenze e dei valori associati a questa, che questa problematica risulti spesso invisibile nelle nostre vite quotidiane. Ora, dopo aver definito la nostra visione dello sfruttamento animale, vogliamo la liberazione animale perchè:

-Tutti gli animali siamo individui con gli stessi diritti morali e con lo stesso interesse a vivere. Non è superiore il nostro interesse a sopravvivere rispetto a quello del resto degli animali, e non dobbiamo imporre, mediante l’autorità, questi interessi esclusivamente nostri, alle altre creature.

-Tutti possediamo un insieme di capacità e di sensibilità tanto fisiche come psichiche, questo fatto comporta una serie di interessi basilari che dovranno essere considerati. Questi comprendono l’interesse a vivere, l’interesse a godere delle nostre vite in libertà, e l’interesse a farlo senza soffrire (evidentemente, è impossibile vivere senza soffrire, però è anche innegabile che, in principio, se ci fosse offerta la scelta, generalmente sceglieremo di vivere senza soffrire più del dovuto).
-Nel considerare tutti gli animali come individui uguali gli uni agli altri, crediamo che nessuno meriti di essere sfruttato in virtù di un qualche interesse e/o soddisfazione di qualcuno, dal momento che, anche stavolta chi possiede il potere è quello che trionfa e si impone sugli altri.

-Noi ci mettiamo nella pelle degli altri animali, utilizzate, schiavizzate, assassinate dagli esseri umani, e non possiamo stare tranquilli con le mani in mano. Sentiamo la necessità di organizzarci e lottare per la loro liberazione. Qui e subito, vediamo l’urgenza di una risposta a questa situazione. Una delle principali caratteristiche degli esseri umani è quella di poter provare empatia, vale a dire, mettersi nei panni e pensare a cosa possa sentire un altro individuo in determinate situazioni. È così che sorge il sentimento di rifiuto allo sfruttamento animale. Durante la storia dell’umanità, sono state parecchie le occasioni nelle quali questa capacità ha fatto tremare il sistema di sfruttamento sociale. Ancora una volta, è ora di organizzarsi e lottare perchè questo avvenga.

-Non crediamo che gli esseri umani siamo superiori al resto degli animali, come non consideriamo che nessun umano sia superiore ad un altro. Per noialtri, il problema dello sfruttamento animale è un problema di autoritarismo, nel quale gli interessi di alcune prevalgono su quelli delle altre.

-Qualsiasi animale deve poter decidere della sua vita, viverla con autonomia di decisione e in libertà, senza essere oppresso o controllato da nessuno. Vediamo la dominazione come una relazione asimmetrica dove un individuo nega l’altro. Rendendoci conto che tutti gli animali siamo uguali per quanto riguarda i diritti morali, vediamo che opporci all’oppressione umana significa necessariamente opporci anche all’oppressione di altri animali.

-Oggigiorno, all’interno del nostro contesto sociale, possiamo mettere in pratica una forma di vita che lotti contro lo sfruttamento animale. Esistono alternative e opzioni contrarie all’utilizzo di animali e di loro derivati. Esistono tanti alimenti, vestiario e forme di ozio, che non perdono minimamente la loro completezza. Tutte queste alternative potrebbero aumentare ed essere più sviluppate, se ci fosse un reale interesse sociale perchè questo avvenisse. Come cerchiamo di avvicinarci all’obbiettivo della liberazione animale?

-Come assemblea ci concentriamo sulla diffusione delle realtà dello sfruttamento animale e delle idee antispeciste, con il fine di favorire un cambiamento di coscienza. Informando sulla relazione di autorità e potere verso il resto degli animali, informando sulla nutrizione, sulla salute, sulle alternative e divulgando alcune idee sulle forme di lotta contro tutto questo, informando da un punto di vista antispecista e critico, con conferenze, dibattiti di quartiere, adesivi, proiezioni o altri supporti. Riteniamo che l’informazione sia molto importante perchè, in questa lotta, la dimensione individuale è di grande rilevanza, essendo lo sfruttamento animale un qualcosa tanto quotidiano e tanto presente nelle nostre vite. Le decisioni individuali hanno più peso che in altri campi, perchè sono più direttamente relazionate con il problema. Vale a dire, che
se tu non vuoi mangiare carne, nessuno ti può obbligare, se non vuoi montare a cavallo, nessuno ti può obbligare a farlo e questo è già un prendere posizione contro questo tipo di relazioni di autorità.

-Il veganismo è un buon mezzo per mettere in pratica le idee antispeciste e per smettere di collaborare con lo sfruttamento animale. Detto questo, vogliamo chiarire che per noialtre, il veganismo non è un fine in se stesso, ma una conseguenza logica delle idee antispeciste, non è una lotta in se, ma uno stile di vita che potenzia una lotta, quella della liberazione animale.

-Le caratteristiche del nostro agire:

a. Assemblea: pensiamo che non ci sia molto da spiegare a riguardo, non ci piace ne essere dirigenti, ne essere diretti, per questo ci organizziamo nella maniera più orizzontale che conosciamo, per principio e perchè organizzarsi verticalmente, anche se può sembrare più funzionale, genera certe dinamiche e certi problemi decisamente rilevanti.

b. Azione diretta: intesa come agire senza intermediari ne mediatori. Non cerchiamo di  convincere le alte sfere perchè legiferino “a favore degli animali”, pensiamo che sia stato più che dimostrato che affidarsi a leggi e politici non sia efficace (oltre che essere ripugnante). I cambiamenti si avranno quando le coscienze raggiungeranno un determinato punto, esempi come i combattimenti fra cani, o semplicemente il narcotraffico, ci dimostrano che le leggi non garantiscono assolutamente nulla. Fino a quando ci sarà specismo, ci sarà domanda di certi prodotti e di certi spettacoli. Il movimento per la liberazione animale ha agito coprendo due campi: l’offerta, facendo pressione su chi lucra con lo sfruttamento animale perchè smetta di farlo; e la domanda, cercando di estendere una coscienza antispecista che faccia smettere alle persone di richiedere prodotti o servizi ottenuti dallo sfruttamento animale.

5.- INCOERENZE, MITI, AFFERMAZIONI, LIMITAZIONI E DIFFICOLTA’ DELLA LIBERAZIONE ANIMALE.
Per entrare nell’ultima parte della nostra esposizione, delineeremo le incoerenze, i limiti e le difficoltà della lotta per la liberazione animale. Quello che pretendiamo è che quest’ultimo punto sia di arricchimento e propositivo. Accettare le nostre incoerenze ci permette di lavorare per cercare di ridurle e anche a non crederci delle persone più pure o superiori alle altre. D’altro canto, conoscere i nostri limiti ci aiuta a non frustrarci e a non illudere nessuno al quale abbiamo “venduto la moto”, a tenere i piedi a terra e a conoscere quale sia la nostra posizione. Riconoscere le difficoltà è vitale per decidere le strategie più efficaci e sapere quali strade si possano intraprendere e quali altre no. Per trattare i punti che finiamo di elencare bisogna partire dal presupposto che è impossibile essere coerenti in tutto al 100%, e che quello che a noi interessa, sono le possibilità che abbiamo nella vita reale, qui e ora, nell’anno 2010, a Madrid.

Incoerenze                                                                                                                                                                             Le incoerenze della liberazione animale di cui si parla solitamente sono legate generalmente, più al veganismo che alla lotta per la liberazione animale in se. Dall’interno di questa lotta riconosciamo e accettiamo che ci siano incoerenze, però non più che in qualsiasi altro tipo di lotta. Allo stesso modo che essere anarchiche e coerenti al 100% è impossibile, essere vegane e coerenti al 100% è allo stesso modo impossibile, però in entrambi i casi lo sforzo per vivere una vita il più coerente possibile con le nostre idee, vale più di tutto quello che non possiamo raggiungere. Non è nostra intenzione fare una lista di incoerenze, perchè non lo riteniamo utile e perchè ognuna di noi avrà un’opinione differente, ma citeremo comunque qualche esempio perchè, chi voglia, possa riflettere su questi aspetti e discutere le sue coerenze e incoerenze.
Sappiamo, per esempio, che è impossibile essere totalmente vegani perchè la quantità e diversità di prodotti con ingredienti animali, o testati su animali, è infinita e sconosciuta; se poi, includiamo nella definizione di prodotto non vegan, quei prodotti nei quali si sono sfruttati degli esseri umani, allora si sommeranno un’altra grande quantità di prodotti non vegan. Però una volta fatta questa precisazione e accettata questa riflessione, vediamo che la forma di prenderne atto non è “ok, dal momento che il mobile del salone potrebbe contenere della colla proveniente dagli zoccoli di vacca, allora non ha senso che smetta di mangiare carne”, ma chiederci “quali sono i prodotti che posso evitare?”. La cosa più facile ed efficace per ridurre il nostro ruolo nello sfruttamento animale è evitare quei prodotti direttamente relazionati ad esso (carne, pelli e pellicce, latticini, cosmetici, uova, zoo e circhi…) e decidere volta per volta come comportarsi con gli altri. Però nella domanda “quali prodotti posso evitare?” crediamo che si debbano includere tutti quelli che si possano evitare (senza diventare pazzi, quello si) e non solo quelli ottenuti direttamente dallo sfruttamento animale; vale a dire, se ti piacciono le scarpe da tennis, e sei vegan, e cambi le scarpe ad ogni nuova collezione, per quanto le tue scarpe siano di plastica, gomma o tela, 50 Nike fabbricate in Cina, portano con se un gran carico di sfruttamento animale (umano e non umano) oltre che ambientale. E li è dove noi vediamo una incoerenza, nel consumismo vegano, nel “va bene tutto” purchè nella lista degli ingredienti non ci sia nessun animale, o il nome di un laboratorio famoso per la sua crudeltà. Pensiamo che sia importante aggiungere un messaggio di riduzione dei consumi, per quanto possibile, del fai da te e del prodotti locali e meglio se poco elaborati, al messaggio di base di esclusione dei prodotti di origine animale. Questo si relaziona con altre incoerenze: il disprezzo o l’indifferenza che spesso vi è nell’ambito del movimento per la liberazione animale verso l’ecologismo (e viceversa, nonostante noi ci concentreremo sul primo aspetto). Gran parte di questa disaffezione è dovuta al fatto che un ecologismo antropocentrico domini l’ecologismo mainstream, e che spesso questo si sia schierato apertamente contro la liberazione animale, condannando le liberazioni di visoni o supportando il controllo delle specie esotiche mediante l’eliminazione. Senza dubbio, un ecologismo più radicale e profondo può avere molti fronti di lotta comuni con la liberazione animale e contro la dominazione umana. Di fatto, in altri paesi, specialmente negli Stati Uniti, questo è già una realtà da anni. Delle volte i vegani si dimenticano dello sfruttamento degli ecosistemi e degli animali selvatici, cadendo in comportamenti dannosi come il viaggiare in aereo tutte le settimane, preoccupandosi solo che il cibo che ti servono sia 100% vegetale.

Miti/affermazioni
Crediamo che molte affermazioni si facciano con troppa facilità, tanto nel settore della liberazione animale come della gente che si oppone a queste idee. Si creano così delle frasi fatte che sono semplicistiche o addirittura false, e, quando queste sono dette da noi, ci fanno perdere credibilità e illudono le persone; per questo elencheremo qualche esempio di questo tipo di affermazioni che si fanno sul veganismo:

1.salva il pianeta, diventa vegan”. Obbiettivamente la produzione animale ha una grande responsabilità nel cambiamento climatico, nella contaminazione dell’atmosfera, nella degradazione del suolo, dell’acqua, e nella riduzione della biodiversità. Ovviamente, la riduzione del consumo di carne a livello globale avrebbe un effetto positivo per l’ambiente, però da qui a pensare che con il solo fatto di diventare vegano salverai il pianeta, dimenticandoti delle automobili, degli aerei, dei rifiuti, delle strade, delle coltivazioni intensive…, a noi ci sembra essere una semplificazione.
Nonostante ciò, può essere interessante consultare questa pagina: http://www.fao.org/agriculture/lead/themes0/es/ e il testo “Papel de la ganadería en la contaminación de los recursos hídricos, atmosféricos y de tierras”, dello stesso organismo, che si può scaricare in pdf da internet (questo garantisce che i dati non siano “esagerazioni di vegani” perchè sono stati presi da commissioni di esperti in ogni ambito. Chiaramente deve essere letto con capacità critica, già che si tratta di un’informativa della FAO).

2.Se tutto il mondo fosse vegan si risolverebbe il problema della fame”. È certo che, attualmente la gran parte del foraggio prodotto nel mondo venga destinata all’alimentazione degli animali allevati (per esempio l’80% della soia del mondo è destinata alla produzione di mangimi) e che, per un semplice fatto di conversione energetica, in ogni scalino della piramide alimentare si perde il 90% dell’energia. Nonostante ciò, però è vero anche che attualmente ci sia cibo sufficiente per alimentare tutti; la fame attuale non la causa l’onnivorismo, ma la redistribuzione sballata della ricchezza. Un mondo vegano capitalista avrebbe ancora la divisione fra ricchi e poveri. È vero che l’eccessivo consumo di carne che c’è nei paesi sviluppati ha un peso importante nella distribuzione del grano nel mondo, però non è la radice del problema. Se si smettesse di consumare carne negli Stati Uniti, quel 75-85% di grano non si invierebbe in Africa; il suo prezzo scenderebbe, calerebbe il prezzo di molti alimenti. È vero però che non appena quel tipo di coltivazione dovesse smettere di essere redditizio si smetterebbe semplicemente di produrre quel grano, o si inizierebbe ad utilizzarlo in altra maniera, ad esempio come biocombustibile.

3.Essere vegan è molto semplice”. Nel nostro paese, essere vegan è abbastanza facile, però le possibilità di mantenere una dieta vegan varia e salutare, non sono le stesse per chi ad esempio si porta il cibo in ufficio, o per un camionista che si ferma a mangiare negli autogrill sull’autostrada fra Spagna e Germania. Possono sembrare cavolate, però se lo diciamo è perchè lo sforzo delle persone, per essere il più logico possibile, deve essere considerato in se stesso e non solo in virtù dei risultati di quello sforzo. Ogni persona è diversa e vive in condizioni diverse, questo non giustifica in nessun modo lo
sfruttamento, però è semplicemente qualcosa da tenere in conto e considerare, se si vuole capire la realtà nella quale viviamo.

Limiti della liberazione animale

1. il primo limite che riportiamo è che lo sfruttamento animale è illimitato. Pertanto, i fronti di lotta sono illimitati anch’essi. Questo tipo di lotte infinite, nello spazio e nel tempo, trasmettono alle attiviste una sensazione di inutilità e di continua sconfitta. Da un altro punto di vista, vi è sempre la tentazione di trattare il problema dello sfruttamento animale dalla radice (le forme e le origini profonde del vedere gli altri animali e del relazionarci con loro) , così facendo si corre il rischio di perderci in un ambito teorico e filosofico e non fare nulla di concreto, o di focalizzarci e lottare unicamente in un ambito dello sfruttamento animale, però in quale?

2. salvo poche specie che, teoricamente, possono vivere in natura indipendentemente, la gran parte degli animali liberati necessitano di uno spazio a loro dedicato e denaro investito in cibo, medicinali, attenzioni… questo è un fattore molto limitante al momento di liberare/riscattare animali dai centri di sfruttamento e impedisce che si possa fare ciò con la maggior parte delle specie sfruttate. Questo problema si deve alle caratteristiche stesse dello sfruttamento degli animali, che è caratterizzato dall’essere su grandissima scala e continuo nel tempo: solo in Spagna nascono 2 milioni di polli ogni giorno (dati ufficiali del Ministerio del Medio Ambiente y Medio Rural y Maritimo).

3. Il veganismo stesso ha le sue limitazioni:

a. È impossibile conoscere gli ingredienti o i processi di sperimentazione in laboratorio di tutti i prodotti che ci circondano: Come abbiamo detto inizialmente, è impossibile essere realmente vegane. Ignoriamo che molti componenti sono di origine animale, la grande maggioranza delle sostanze con un certo potenziale tossico sono state testate su animali dall’olio dell’automobile alla vernice delle nostre abitazioni ai pesticidi di frutta e verdura che mangiamo. Investigare su tutte le sostanze che in qualche momento siano state testate o che abbiano un qualche ingrediente di origine animale, sarebbe un compito arduo e assolutamente sterile, aldilà del fatto che il tempo dedicato a quello, sarebbe veramente eccessivo in proporzione al dubbio senso di questa indagine.

b. La grande maggioranza dei prodotti vegan che consumiamo implica direttamente la morte di animali. Tutti i prodotti confezionati con plastica, trasportati con qualsiasi mezzo di trasporto, nei quali si siano utilizzati pesticidi, che siano stati prodotti trasformando l’ecosistema originario, che abbiano richiesto l’estrazione di risorse, il trasporto di materie prime e la trasformazione di queste, avranno causato la distruzione di ecosistemi e, pertanto, la morte di animali.

c. Non è praticabile a livello globale: In zone aride, che siano fredde o calde, il veganismo non è praticabile. Un eschimese o un tuareg non possono essere vegani; questo non toglie senso o credibilità al veganismo, però è di fatto un suo limite (nemmeno in Groenlandia, con un abitante ogni 40 Km2 , potranno svilupparsi assemblee, però questo fatto non invalida l’assemblearismo come forma organizzativa generale).

Difficoltà della liberazione animale
1. gli animali non umani non possono partecipare nella loro propria liberazione, questo genera un movimento nel quale persone che non stanno soffrendo detto sfruttamento in una forma diretta decidono strategie, priorità, obbiettivi e azioni per lottare contro questa oppressione; a noi non resta che confidare nell’intelligenza, nella capacità di comprendere le situazioni di sfruttamento e di stabilire le priorità di noi attiviste. La cosa positiva di tutto ciò (negativa per gli animali, però positiva per gli attivisti), è che c’è tanto da fare e che questa è una lotta del tutto nuova, che, si inizi da dove si inizi, o ci si concentri su ciò in cui ci si concentri, se agisci bene, avrai un qualche tipo di risultato positivo.

2. Richiede un cambiamento di mentalità profondo e un cambio nello stile di vita della gente che è difficile da accettare. Non è un qualcosa che puoi fare un giorno della settimana o quando ti pare, quello che tu stai dicendo alla gente è che riorganizzi tutte le sue abitudini quotidiane (alimentazione, ozio, abbigliamento, prodotti cosmetici e per la cura della casa). In realtà non è così difficile, però ad un primo impatto solitamente provoca un certo rigetto. La parte positiva invece del fatto che lo sfruttamento animale formi parte integrante delle nostre vite, e che nel quotidiano le nostre decisioni abbiano un effetto tanto chiaro sugli altri animali, è che qualsiasi cambiamento nei già elencati aspetti della vita di tutti i giorni, possiede un effetto a breve termine, che ci investe di un ruolo più forte e diretto che in altre lotte (per esempio, quelle contro i centri di internamento di stranieri – CIE).

3. Alcune delle imprese e organismi sfruttatori sono molto forti (industrie farmaceutiche, grandi marchi di carne o latticini…) e la lotta si converte in un Davide contro Golia. Ricordiamo però che, ci sono stati, e continuano ad esserci “piccole” vittorie che dimostrano come, con voglia di fare e immaginazione, Davide può ancora lottare contro Golia.

4. Il nostro è un movimento giovane che è nato solo qualche decina di anni fa e che in alcuni paesi sta nascendo solo ora, questo fa si che le persone non ne riconoscano le idee e i principi e che si debba andare molto a rilento, partendo dalla base. Il vantaggio è che possiamo costruirlo come vogliamo e che non è ancora molto corrotto da errori del passato.

5. All’interno del movimento, come capita in tutte le lotte, ci sono critiche alle diverse forme di agire e si creano eroi e miti. Relativamente agli errori e alle critiche alcune sono inevitabili e non ci si deve strappare le vesti per quello; però l’eccessivo settarismo o il seguire ciecamente alcune sigle, anche questo può portare ad accentuare delle distanze che potevano evitarsi. Molte volte si critica per questo motivo le organizzazioni, però lo stesso accade con sigle che non rappresentano nessuna organizzazione, come per esempio con l’A.L.F. Queste sigle nacquero come rappresentazione astratta di tutte le persone che, a un livello individuale o in piccoli gruppi, decidono di disobbedire alle norme imposte nella loro lotta per la liberazione animale; l’A.L.F. non è niente, è gente, sono persone anonime dietro delle azioni; l’A.L.F. sono azioni. E delle volte, accade che si cada nella stupidità di riconoscere certe sigle come obbiettivo prioritario, quando invece l’obbiettivo deve essere la lotta. Le sigle sono solo uno strumento che, se non saputo utilizzare, possono separarci da altri compagni con i quali, senza dubbio, siamo uniti per idee e attitudine.

Per quanto riguarda la mitizzazione di persone o gruppi di lotta realmente esistenti o esistiti nascono alcuni problemi:

a. Si può finire con il credere che uno non sia capace di fare certe cose, quando invece molte di queste sono alla portata di chiunque.

b. credere che una debba fare certe cose per essere valida nella lotta, senza vedere che ogni persona è valida in diversi aspetti e che tutte si necessitano fra loro.

c. sentirsi piccolo e insignificante al lato di queste persone e invece di usare le loro storie come una forza, usarle per rimproverarci per quanto siamo codardi.

d. concentrarci nei personaggi e non nelle azioni e nelle idee che ci sono dietro di quelle  persone, che è quello che conta.

6. Per ultimo, troviamo difficoltà nelle stesse realtà di lotta, nelle quali si sminuisce o si critica la lotta per la liberazione animale come un capriccio di borghesi misantropi che non hanno problemi nelle loro vite e possono dedicarsi agli animali non umani. In questi ambiti delle volte si argomenta che “la liberazione animale è una scelta personale di quelle persone che si preoccupano per gli animali, però è una lotta parziale e secondaria, che deve rimanere in un ambito personale perchè non sottragga tempo o energie alla lotta rivoluzionaria”. La liberazione animale non è un’opzione personale perchè richiede e necessita di essere diffusa al maggior numero di persone possibili (di fatto quello dell’informazione è uno dei fronti più importanti della liberazione animale, nel quale si dirige una gran parte dello sforzo delle attiviste) perchè possa realizzarsi. Una scelta personale è quella che non causa effetti sugli altri. Perchè non proviamo a chiederlo ad un animale liberato o ad un elefante dietro le sbarre di uno zoo? Quale è una lotta parziale o secondaria? Quella che non è importante, urgente o necessaria rispetto a lotte più prioritarie o pressanti. Quali sono queste? La lotta anticapitalista? E questa cos’è? E come si può realizzare? Non è forse un insieme di lotte minori? Come si può lottare contro il capitalismo tutto insieme, in tutti i suoi fronti? L’argomento di una fantomatica lotta prioritaria invalida quasi tutto il resto delle lotte. Per esempio se ci concentriamo sulla situazione della schiavitù, della fame, delle guerre e dei profughi in Africa, ci sembrerà una scemenza che la gente chieda 35 ore di lavoro settimanali, uguaglianza di diritti fra uomini e donne, o fra omosessuali e eterosessuali.
Dando importanza all’urgenza, globalità ed effetti, probabilmente il cambio climatico sarebbe il problema più pressante, allora qualsiasi lotta che non sia contro il cambio climatico perde il suo senso? No. Si deve capire che ognuna di noi si vede coinvolta in diversa forma da quello che la circonda e che, in base al suo vissuto e al suo contesto, decida le sue priorità; a volte non sempre e non solo considerandone una loro supposta importanza assoluta, ma anche in base alla loro efficacia, la propria vicinanza con un certo problema o le proprie emozioni. L’importante è che ognuna faccia ciò che in suo potere per quello in cui crede, sapendo che si è un granello di sabbia in una montagna di fango, però lottando per continuare ad essere almeno quel granello di sabbia.

D’altra parte, per numero di individui sfruttati, e per l’entità di tale sfruttamento, la situazione degli animali non umani è estremamente grave; l’entità si può misurare in milioni di vittime ogni giorno, una sofferenza quotidiana inimmaginabile. L’urgenza di tale lotta, è data dalla loro totale dipendenza da noialtre, nel bene e nel male. Non vediamo la secondarietà, gli animali non umani hanno bisogno di noi e ne hanno bisogno ora. Anche nel caso in cui questa lotta si voglia considerare secondaria rispetto a quelle che si focalizzano su problemi umani, non si perde più tempo nell’essere vegan di quanto non se ne perde mangiando carne: cercare di ridurre il tuo ruolo nello sfruttamento animale e dedicarti alla tua lotta ai problemi degli esseri umani non sono due cose incompatibili. Per quanto riguarda l’aspetto della sottrazione di energie alla lotta rivoluzionaria, c’è da chiedersi quale sia questa lotta; non vogliamo definire cosa sia la rivoluzione, perchè crediamo che sia praticamente impossibile dare una definizione con la quale tutti siano d’accordo; senza dubbio, a grandi linee si può parlare di rivoluzione come un cambiamento o una trasformazione radicale rispetto al passato immediato, che si può produrre simultaneamente in diversi ambiti (sociali, economici, culturali, religiosi, etc.). Senza dubbio, nonostante sia un fatto sconvolgente rispetto alla situazione precedente a quel momento, un evento rivoluzionario è sempre conseguenza di un processo più lungo, tanto individuale come collettivo. A livello individuale i rivoluzionari hanno dovuto mettere in discussione i valori e gli schemi con i quali sono cresciuti e dai quali si vedevano circondati. Hanno dovuto combattere una lotta interiore per conoscere e demolire, o perlomeno tentarci nel giorno per giorno, al poliziotto, all’oppressore, che c’era nelle loro teste. L’elevazione si compie nel quotidiano e nelle azioni giornaliere; ovviamente, per produrre un cambiamento sociale, quelle persone dovranno unirsi e costruire delle relazioni interpersonali di lotta, però senza un cambiamento personale non si produrrà mai una rivoluzione sociale. Convertiamo, per quanto possibile, le nostre vite e relazioni personali in un modello in
miniatura della società che desideriamo. La critica costante (senza diventare pazzi), non solo del mondo che ci circonda, ma anche delle nostre idee, pensieri e attitudini e la ricerca di quello che realmente vogliamo, si traduce nel nostro stile di vita. Si deve smantellare il presente e armare il futuro e bisogna farelo simultaneamente, abbattendo i muri dell’oppressione e creando nuove forme di relazione, fra di noi e con gli altri animali e con il pianeta; se non mostriamo che ci sono le alternative e che sono attuabili, la gente resta con quello che già ha e il miglior modo per mostrare queste alternative è il nostro esempio. Per questo, non crediamo che gli stili di vita debbano rimanere in secondo piano fino al cambiamento sociale “palpabile” di ristrutturazione delle istituzioni sociali. Senza dubbio, dopo aver spiegato perchè consideriamo importante lo stile di vita delle persone, non vogliamo dire che il cambio personale non accompagnato da altre forme di agire avrà come conseguenza la rivoluzione, quando questo verrà praticato su scala maggiore. Perchè ciò avvenga si avrà bisogno di un attivismo e una lotta che si muovano insieme, ed essere attivista è molto più che prendere una posizione, specialmente se questa posizione la si prende in silenzio (già che si potrebbe usare come mezzo per spiegare la situazione degli animali).

Resta da dire che tutto lo sforzo quotidiano di cui abbiamo parlato deve stare dentro le nostre possibilità e capacità; quando chiediamo troppo da noi stesse ci sfiniamo e quando chiediamo troppo alle altre, posso allontanarsi da noi per non dover fare quello sforzo non alla loro portata, possono scottarsi o sentirsi inutili e insicure se non arrivano a fare quello che chiediamo loro.

Con questa ultima riflessione vogliamo incoraggiare le persone preoccupate per la situazione degli altri animali affinché lottino per loro senza complessi, specialmente senza complessi rispetto ai loro compagni implicati in altre lotte; che tengano duro e che si sentano orgogliose, perchè gli animali si meritano tutti i nostri sforzi.

Immagine

L’unica colpa? Non appartenere alla specie umana.

Ferma il massacro animale

scimmia

Una prigionia che dura tutta la vita, la morte violenta, milioni di vittime… l’unica colpa?

non appartenere alla specie umana.

Boicotta questo sterminio.

DIVENTA VEGAN!

– non cibarti di prodotti derivati da animali come carne, pesce, uova, latticini, miele…

– Non indossare lana, pelle, pellicce, piuma d’oca, seta…

– Boicotta quei marchi che testano i loro prodotti su animali.

– Non partecipare agli spettacoli di prigionia e sofferenza come circhi, zoo e parchi acquatici…

VEGANISMO È GIUSTIZIA